Per un nuovo futuro? Cooperativi nel metodo.

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Chiusi nelle nostre case, stiamo vivendo un tempo inaspettato. Alcuni parlano di un tempo di guerra, altri di un tempo di cambiamento, forse solo un tempo incerto.

Credo che ognuno di noi, nelle 24 ore che compongono il giorno, passi da sentimenti di paura, di rabbia, di solitudine a sentimenti di coraggio, di speranza, di comunione.

Si alternano, ci prendono, a tratti ci rapiscono.

Ci sono poi altri momenti in cui la nuova “routine” delle 4 mura ci distrae, ci anestetizza e ci placa. Una delle nostre più grandi qualità, l’adattamento, che ci ha concesso nei millenni, di arrivare fino a qui, oggi ci ha permesso di passare in un baleno, dall’essere in continuo movimento, allo stare quasi fermi, nel corpo e nella visione del futuro.

In attesa di questo futuro, rischiamo di “accettare quello che verrà” e di arrivarci impreparati. Senza un tentativo di analisi e di comprensione che ci permetta realmente di “accorgerci” di quello che sta succedendo e di attrezzarci, nel tentativo di ipotizzare modelli nuovi e diversi stili comportamentali, consapevoli che, in un tempo ambiguo, in cui si generano diverse possibilità interpretative, “sbagliare” diventa la regola.

Ecco, forse questa sarà una certezza, dovremo accettare di errare, di non avere subito le risposte giuste, di vivere un tempo quasi limbico.

I tentativi interpretativi già oggi si moltiplicano e spesso assistiamo a ipotesi in netta contrapposizione, quasi un bianco e un nero di certezze, senza sfumature, figlie di un sistema, quello che abbiamo vissuto fino a qui, dove gli elementi che lo compongono sembrano tutti “solisti” incapaci di confronto e di collaborazione, anche quando in gioco c’è il nostro futuro.

Il punto da cui partire potrebbe proprio essere questo: il vero confronto collaborativo tra i diversi attori della scena politica, economica e sociale del nostro paese e di una trasformazione interna di ognuno di essi; un confronto il cui obiettivo comune sarà quello di individuare una nuova e unitaria scala di valori al cui apice debbano esserci l’uomo e la natura

Si tratta di sedersi ad un tavolo di confronto, finalmente liberi dalle proprie certezze e ponendosi in ascolto empatico delle posizioni/idee dell’altro; liberi da quei pregiudizi di fondo connaturati a qualsiasi organizzazione, a qualsiasi sistema.

Si tratta di lasciare andare il vecchio modo di guardare al futuro, di farlo “morire”, per far sorgere il nuovo che possa diventare garante di un’identità universale generata dalla perdita delle proprie identità particolari.

Nel 2000 alcuni scienziati hanno ipotizzato che la terra si trovasse in una nuova era che hanno chiamato Antropocene. Alla base dell’ipotesi dell’Antropocene c’è l’idea che storia naturale e storia umana non possano più essere distinte. L’uomo sta trasformando la terra ma la trasformazione dipenderà dal tipo di uomo e di società che la agiranno.

Abbiamo quindi una enorme responsabilità nei confronti di questo pianeta, del suo futuro e delle future generazioni che lo abiteranno, ed è quindi necessario porsi in un’ottica unitaria ed universale per assumere le decisioni che ci riguarderanno.

E la cooperazione in tutto questo?

La cooperazione è uno degli attori che devono entrare in questo nuovo confronto ma ha anche, come gli altri, la necessità/responsabilità di trasformarsi al suo interno.

Deve guardare il buono che c’è dentro di lei ma è soprattutto fondamentale che analizzi il non-buono, le storture e le incoerenze che la abitano.

Deve riflettere sull’identità che esprime e deve cercare di armonizzarla con la nuova identità universale necessaria.

E’ il tempo di ricomporre la scala dei valori, di scendere dal piedistallo da cenerentola, di abbandonare l’autoreferenzialità delle élite e di collocarsi in un’ottica di apertura e ascolto orizzontale.

Ci siamo posti fino ad oggi immaginandoci di essere, in virtù della nostra forma giuridica, cooperativi per diritto, senza accorgerci che spesso la nostra autoreferenzialità ci impedisce di esserlo realmente nel metodo di lavoro e nell’interazione con gli altri: proprio come quando in una discussione non riesci più a cogliere il senso del contendere e invece di ammetterlo e chiedere agli  altri di aiutarti a fare sintesi, ti senti messo in discussione e reagisci alzando la voce o inventandoti una scusa per sottrarti all’impaccio

Abbiamo necessariamente bisogno di ripartire da qui, dal significato profondo del cooperare per iniziare il nostro cammino di trasformazione

Come ne usciremo….

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Credo che molte cosa cambieranno, sotto molteplici punti di vista.

Cambierà la percezione di alcuni lavori ritenuti umili/umilianti. Fino a ieri andare a “far le pulizie” a “raccogliere lo sporco” era un ripiego che solo categorie ritenute di ceto sociale basso svolgevano. Nell’emergenza tutti ci siamo accorti di come questi lavori siano essenziali per la nostra vita. Non dico che dopo questa emergenza avremo file di persone che vogliono fare lavori umili, ma nella percezione comune questi lavori hanno acquisito dignità. Anche gli infermieri che rispondono agli annunci (per 600 posti in 7000) non è solo per il lavoro, ma è perché l’emergenza muove il valore, fa sentire gli individui in grado di poter fare qualcosa per la comunità, di sentirsi utili. Ciò ha mostrato come le persone cerchino un lavoro che dia senso alla loro esistenza. Pensate al volontariato, a quante sono le persone che non hanno mai fatto volontariato e che in questi giorni si sono messe a disposizione, per azioni più o meno semplici. Nel volontariato stava forse mancando il “valore”, il senso del fare, dell’agire, dell’essere protagonista di un’azione che può incidere sulla vita delle persone. Tutto questo per dire che dobbiamo ritornare a lavorare sul “valore” di ciò che facciamo e proponiamo. Penso che dopo tutto questo gli iscritti ad infermieristica aumenteranno in modo esponenziale, che le persone accetteranno di fare lavori umili perché comunque essenziali, e i volontari – se saremo capaci di motivarli, indirizzarli e dargli un valore nelle azioni che fanno – resteranno.

Un altro elemento che è emerso con prepotenza è la tecnologia a supporto della vita della persone. Nelle emergenze, guerre, pandemie, etc. si mettono in movimento energie che fino a quel momento erano latenti: pensate – come detto – ai nuovi volontari, ma anche alla sburocratizzazione di alcuni processi, l’utilizzo di e-learning, smart-working, spesa a domicilio, etc. Il nuovo mondo posto Covid-19 non potrà negare “che si può fare”, come si dice in un bel film di Bisio. Quindi cosa ci rimarrà e cosa c’è ne faremo? Un problema molto forte è l’inquinamento; l’aver bloccato tutto per alcune settimane ha in parte migliorato la qualità dell’aria. Potrebbe quindi essere che nel nuovo mondo un giorno alla settimana si blocchi tutto e dove è possibile si utilizzi lo smart-working, e-learning, etc? E che i medici di base continuino ad inviare le ricette via WhatsApp (in futuro si potrebbero affermare servizi di e-care: ti visito da remoto con strumenti che sono inseriti nel tuo orologio).

Per un periodo della nostra storia ci siamo accorti che esistono i giovani: non si ammalano, fanno volontariato, lavorano, sono tecnologici, sono indispensabili, sono il futuro. In internet impazzano tutorial di ogni genere, necessari per e-learning ma anche per l’analfabetismo di ritorno, per il digital divide (nonni che chattavano in video conferenza). Dopo che abbiamo alfabetizzato gli italiani con la RAI, li ri-alfabetizziamo con i tutorial.

Abbiamo inoltre rimesso al centro la questione morte, momento che tutti vivremo prima o poi e che tutti accantoniamo e non affrontiamo: credo che dopo l’emergenza le persone si riverseranno nei cimiteri alla ricerca di parenti, vicini o lontani. La società individualista e iper egocentrica precedente al Covid-19 si è accorta che esiste la morte, che necessita di un rito di passaggio (vivo – morto) per dar quiete a vivi. Le parole delle persone “non me l’hanno lasciato vestire” sono molto forti: seppellire un morto nudo, vuol dire non averlo celebrato. La morte e la solitudine dell’anima: in questo tempo molti hanno riscoperto di avere un’interiorità che necessità di essere bagnata. Il Covid porterà le persone a confrontarsi maggiormente con le religioni o con il mondo spirituale, perché ci siamo accorti di essere fragili. Chiese più piene?….forse! di sicuro i cimiteri saranno più visitati.

Il Covid-19, infine, ci ha mostrato come il km zero non sia fattibile: produrre vicino per vendere vicino è un meccanismo difficile e nell’immediato impossibile. Ma se non è il km zero, sarà il km 2: 2 km per arrivare ai servizi essenziali. Farmacie, negozi di alimentari grandi che dovranno ripensarsi (perché la GDO non vive di code per entrare ma di massa) mentre il piccolo negozietto a km 2 (a piedi due km sono circa 20 minuti) è necessario. I due mondi dovrebbero convivere non competere. La GDO potrebbe essere l’attore che si connette con piccoli negozi di quartiere. Il piccolo negozietto potrebbe essere un nodo di quartiere che contiene tutto il necessario per un’emergenza. Quindi ripensare i quartieri in un’ottica di emergenza non sarebbe male, vuol dire ricostruire il tessuto urbano e animare gli spazi di zone morte. Questa emergenza ha mostrato come le distanze sono un muro che possiamo abbattere solo con i mezzi di trasporto ma se prevedi che in ogni quartiere, paese, città ci possano essere servizi raggiungibili a piedi, probabilmente potrai incentivare le persone a muoversi con mezzi sostenibili. Ricordiamoci che l’inquinamento rimane un problema.

In un contesto che ci spingeva a correre, vivere, amare e consumare tutto in una notte, ad un certo punto ci siamo fermati e abbiamo capito che non serve correre per assaporare la vita, anche la lentezza ha il suo fascino. Certo immagino un mondo non edulcorato: alcuni processi erano già in atto e si sono accelerati, altri sono nati e bisogna coltivarli. Le persone non sono né migliori né peggiori di prima, ma l’emergenza ha dimostrato come i processi cognitivi delle persone cambiano in base a come l’informazione viene impostata, a quanto riesci a far percepire quello che provano gli altri. All’empatia che crei. Certamente daremo più valore alla gestualità: fino a ieri era solo cortesia, da domani sarà bellezza. Perché? La mascherina ci obbliga a guardare le persone negli occhi (che sono lo specchio dell’anima), cosa non sempre facile in passato. In questa occasione diventa motivo profondo di comunicazione diretta e molto empatica, più dell’abbraccio. Dietro allo sguardo si nasconde l’abbraccio mancato. Stiamo vivendo una situazione strana, con un Mondo al contrario nel quale il mezzo tecnologico diventa uno strumento necessario per avvicinarci alle persone; prima le allontanava e le isolava, in questo momento le avvicina e le unisce in attesa dell’incontro. Come degli amanti siamo tutti in attesa di rivivere e apprezzare la socialità data dall’incontro fisico.

Non saremo tutti più buoni, saremo tutti più poveri!

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#andràtuttobene!  Ma siamo così sicuri? Se ci ritagliamo il tempo per approfondire analisi economiche e previsioni finanziarie scopriamo che il PIL del nostro paese scenderà di circa 10 punti percentuali nel 2020 e -anche se l’indice del Prodotto Interno Lordo non ci piace come lente per giudicare la salute generale di un paese- è indiscutibile che una tale frenata avrà come conseguenza migliaia di fallimenti soprattutto nella dimensione delle micro e piccole imprese, un’impennata della disoccupazione (da 700.000 a 1 milione di posti di lavoro in meno) anche qui drammaticamente a partire dalle mansioni più semplici alla base della piramide della produzione del valore. Saremo al cospetto di un’ampia perdita di reddito di molti connazionali con annessa recessione, vedremo l’insorgere di nuove povertà e una ampia crisi sociale, la politica dei sussidi e degli ammortizzatori sociali renderà più sostenibile questa fase drammatica e ci accompagnerà nel tempo della decrescita infelice.

Pensare semplicemente che le drammatiche conseguenze della pandemia costituiscano inneschi per un futuro sostenibile è quantomeno utopico. La crisi non è democratica e (oltre gli aspetti sanitari) fa vittime dove non c’è patrimonio, quando il patrimonio è immobilizzato, quando l’organizzazione è approssimativa, dove gli schemi del valore sono inesistenti e la capacità di ottenerlo è scarsa.

La cooperazione è un mondo ampio e variegato composto da migliaia di imprese che, nelle rispettive filiere, sono finora sopravvissute anche grazie a diversi tentativi di innovazione; non si può parlare in modo univoco della cooperazione- come di qualsiasi altra forma organizzativa d’impresa -anche se abbiamo la mutualità che ci accomuna e che, sulla carta, è una ragione di vita. Tanto che siamo stati (in particolare la cooperazione sociale) gli ammortizzatori sociali del nostro paese, ci siamo fatti carico degli ultimi, siamo stati inclusivi e tanto resilienti da essere anticiclici nella crisi del 2008/2012. I report di questi giorni ci dicono anche solo un quarto delle coop (Confcooperative) è interessata alla sospensione completa delle attività contro il 52% del totale delle imprese “sospese” in Italia.

Come ne usciamo?

Mettiamo al bando la buona volontà, l’inclusione, la resilienza, la prossimità, l’estetica dei processi(Granata) come motori del nostro agire! Essi sono caratteristiche implicite e costituenti della cooperazione e devono costantemente accompagnarci nel nostro agire quotidiano. Ma se sono necessarie non possono essere condizioni sufficienti: abbiamo bisogno di visione e di strategia, di competenza e consapevolezza del valore che mettiamo sul mercato; dobbiamo quindi attrezzarci per renderlo evidente e farlo valere. Abbiamo la necessità di guardarci intorno, far emergere le idee innovative e generatrici, condividere le iniziative di sviluppo, mettere a sistema gli staff di cui siamo carenti: marketing, vendite, accesso ai mercati, ma anche processi organizzativi e gestionali di livello e cultura d’impresa trasversale.

La cooperazione sociale di inserimento lavorativo, le coop B, possono fare da apripista: la ricchezza dei codici Ateco che la contraddistingue è un ottimo presupposto per infrastutturarla trasversalmente e metterla nella condizione di valorizzare le caratteristiche costituenti al servizio delle imprese col fine di incrementare le assunzioni di persone fragili, creando contemporaneamente servizi e prodotti con un adeguato valore aggiunto.

Abbiamo bisogno di giocare nello stesso campionato e di riconoscerci fiducia reciproca.

Testimonial: Antonio Rossi

Immaginatevelo.

Fate un bel salto indietro nel tempo. E’ il 1848: tra 13 anni sarà proclamata l’Unità d’Italia. E’ autunno. Un ottobre piemontese, in prima collina, con l’odore della terra bagnata che si infila tra le vie dei piccoli paesi. Siamo a Pinerolo, ai piedi delle valli Valdesi del Piemonte.

Immaginatevi un martedì sera sera un po’ nebbioso, finito il lavoro. Entriamo in paese calpestando il selciato umido illuminato da pochi lampioni a gas e apriamo la porta della locanda del Cavallo Bianco.

C’è un grande tavolo a cui siedono 12 uomini. Antonio Rossi, meccanico ferroviere, e undici suoi compaesani: un calzolaio, un doratore, quattro falegnami, due sarti, un capomastro, un decoratore e un meccanico. Si passano l’un l’altro, seri e attenti, un documento su cui mettono la firma: è l’atto con cui nasce la prima Società Operaia di Mutuo Soccorso d’Italia. Operaia nel senso ottocentesco della parola, cioè aperta non solo ai salariati, ma anche agli artigiani e a tutti coloro che vivono del loro lavoro anche intellettuale, come i maestri e gli impiegati. Sta nascendo la prima mutua generalista italiana, la prima in cui l’elemento comune è l’abitare nello stesso paese, e non più l’appartenenza professionale omogenea (i militari, i calzolai, minatori) come era stato fino ad allora.

Sono tempi duri per i lavoratori: non esistono protezioni per malattia, vecchiaia o invalidità. Le corporazioni di categoria propongono forme di mutuo soccorso tra simili, ma questo sistema protegge comunque i più ricchi: i notai possono permettersi di versare di più e quindi hanno protezioni maggiori dei contadini, e in ogni caso tante categorie non hanno nessuna tutela neanche di settore.

Antonio Rossi su questo problema ci ha perso la testa. Ci ha lavorato per anni, ispirato da esperienze francesi. Ha preso contatti con altre città italiane ed estere. Ha parlato con religiosi e notai, intellettuali e circoli culturali. Ha discusso fino alla lite con compaesani e politici, arrivando persino a doversi trasferire per un periodo in un’altra città. Ha coinvolto colleghi e concittadini, inclusi alcuni di visioni politiche assai diverse e con cui resterà in conflitto per anni. Ma ora è il momento decisivo. Lo Statuto nuovo è pronto, i primi firmatari sono attorno al tavolo al Cavallo Bianco, e il futuro che lui ha sognato è finalmente presente. Il futuro è oggi.

Antonio, quel giorno, ’inventa uno standard’. In altri 4.000 paesi italiani, dalla Val d’Aosta alla Sicilia, sorgeranno società simili, sulla scorta del regolamento della Società di Pinerolo, e quando il fascismo deciderà di sopprimerle ne troverà attive ancora 2000.

Ma torniamo a Pinerolo. Lo scopo dichiarato nello Statuto firmato quella sera da Antonio Rossi e dai suoi soci è “l’unione, la fratellanza, il mutuo soccorso e la scambievole istruzione”. Le risorse su cui la Mutua conta sono i contributi settimanali di tutti i soci (nel 1848 ogni socio versa al segretario-esattore 20 centesimi alla settimana): contributi individuali minuscoli, ma che uniti consentono un grande scopo,

La società garantisce da subito ai soci il sussidio per malattia e infortunio, il medico sociale, il sussidio alle vedove e agli orfani e persino un accompagnamento funebre che rende onore e dignità al socio, non più straccione tra gli straccioni.

Si organizzano ben presto per i soci e i loro figli corsi per imparare a far di conto, e a leggere e scrivere in italiano (questione per niente scontata in una nazione appena unificata), e in poco tempo la biblioteca della società arriva ad offrire ai soci testi di letteratura internazionale, libri scientifici, testi filosofici. Non mancano tra le proposte gite di istruzione e feste che portano a Pinerolo gli ultimi ritrovati della tecnologia del tempo: cinematografo e fuochi artificiali.

La Mutua non abbandona neanche chi è costretto ad emigrare in altre regioni o persino all’estero. Con numerose Società in Italia, in America Latina ed in altre nazioni nel mondo la Mutua stipula un “patto di reciprocanza” per cui il socio acquisisce il diritto di accedere agli aiuti della Società di mutuo soccorso del luogo in cui emigra.

Da allora il mondo è cambiato tante, ma proprio tante, volte. Ma da allora nella Sala del Consiglio di cui la Mutua si è dotata appena ha potuto avere una sua sede, troneggia lo stemma: due mani che s’incrociano. Due mani con abbigliamento diverso a testimoniare doversi mondi del lavoro. Un gesto che per noi, al tempo del Covid 19, è pieno di nostalgia, e racconta in silenzio un patto sociale: diamoci la mano e diamoci una mano.

Nella Sala del Consiglio, a dire il vero, quello stemma troneggia ancora. Nella prima sede della Mutua è oggi ospitato un piccolo, incantevole Museo dedicato alla storia della mutua pinerolese e del mutualismo italiano. Chiude il museo una installazione artistica sul rapporto tra donne e mutualismo che tocca il cuore, e lucida l’orgoglio delle donne cooperatrici.

Che dite, andiamo insieme a vederlo?

Per saperne di più:
Museo storico del Mutuo soccorso
Via Silvio Pellico 19
Pinerolo (Torino)
http://www.museodelmutuosoccorso.it/

Per approfondire le vicende tortuose e appassionanti che hanno portato alla nascita della prima Mutua pinerolese (sembra niente, e invece è successo di tutto: intrighi politici, faide interne, votazioni truccate,… Praticamente House of cards!), si può leggere un piccolo saggio ben documentato: http://www.alpcub.com/storia/soms1.pdf

Il futurista Poli: “Coronavirus? È l’ultima occasione per liberarci dalla trappola del presente”

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ATTUALITÀ 15 APRILE 2020 Francesco Cancellato – da fanpage.it

Parla Roberto Poli, cattedra Unesco sui sistemi anticipanti: “Se la crisi durerà ancora a lungo, abbiamo di fronte due strade: nella prima saremo bande arrabbiate che si litigheranno risorse scarse. La seconda strada? Uscire dalla trappola del presente. Smartworking? Ne abbiamo parlato per anni e ci siamo fatti trovare impreparati”.

“Noi ci chiamiamo futuristi, non futurologi”. Chissà quante volte Roberto Poli, professore del dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale dell’università di Trento e cattedra Unesco sui sistemi anticipanti, ha dovuto fare questa premessa. Eppure, nel mondo che si affaccia all’era della post pandemia, poter contare sullo sguardo lungo di chi studia i grandi trend globali e cerca di proiettarli negli anni a venire, è una necessità, più che un privilegio.  Non è un caso, quindi, che lo stesso Poli sia stato coinvolto nel gruppo di lavoro della provincia di Trento “per aiutare la commissione a ragionare sulla ripartenza più nel lungo periodo”.

Domanda d’obbligo, professor Poli: come va a finire, tutta questa storia?

Non sono un indovino, ma credo ci siano tre possibili vie d’uscita: se ci fosse una fine breve della crisi – ipotesi a oggi abbastanza remota, purtroppo – credo che il dopo sarà business as usual. Eravamo prima nella gabbia del presente, a fare le cose giorno per giorno, torneremo a fare le stesse cose.

Se invece non ci fosse un’uscita a breve dalla crisi?

Se invece la crisi dovesse durare a lungo, con delle fasi in cui gli attacchi ritornano in intervalli discreti, io vedo due scenari estremi.

Il primo scenario?

È quello di una frammentazione del tessuto sociale con la trasformazione del Paese in gruppi, gruppetti, bande arrabbiate le une con le altre. Tutte impegnate a giocare per la loro sopravvivenza, a cercare di prendersi per se le poche risorse rimaste.

Il secondo scenario?

L’altra possibilità è che la crisi venga usata per capire che questo, quello del Coronavirus, non è che uno dei tanti cambiamenti in arrivo. E un occasione per aprire un bagliore di futuro nel Paese. Queste due strade conducono a due destini completamente diversi: nei primi due casi – quello del business as usual e quello delle “bande arrabbiate” – la crisi è solamente un costo. Costo di migliaia di morti, cui si somma il costo di miliardi di euro. Il terzo scenario non toglie nulla ai costi umani, economici e sociali di questa crisi, purtroppo, ma aiuta a rimettere tutto in una direzione positiva.

Quale prevarrà, secondo lei?

Allo stato attuale non è possibile nemmeno provare a immaginare qualche dei due scenari sarà quello che prevarrà.

In che senso non è prevedibile?

Perché la situazione è ancora fluida e in divenire. E proprio per questo, noi abbiamo ancora un ruolo nel plasmarla, nel trasformale un processo magmatico in qualcosa di strutturale. Quel che istituzioni, parti sociali e aziende faranno è fondamentale.

 

Prima di chiedersi cosa fare, è importante che capiscono cosa sta succedendo…

Questa pandemia di Coronavirus è un grande cambiamento in atto, ma non è che uno dei tanti grandi cambiamenti in atto. E per questo dobbiamo lavorare: affinché siamo in grado di affrontare questi cambiamenti, quando arriveranno.

Di quali cambiamenti parla?

Cambiamenti demografici relativi all’invecchiamento della popolazione, cambiamento delle tecnologie, cambiamento del clima, cambiamento degli assetti geopolitici del mondo: si tratta di cambiamenti che non possiamo affrontare uno alla volta, peraltro. Non è che possiamo dire: adesso affronto la crisi tecnologica e poi me la vedo con il clima. Dobbiamo per forza di cosa gestire tutti i cambiamenti assieme.

Altrimenti?

Altrimenti arriveranno comunque e ci coglieranno impreparati. Serve grande trasparenza nelle decisione, grazie responsabilità nelle previsioni. E molto coraggio, pure.

Trasparenza, responsabilità e coraggio: non esattamente le caratteristiche dell’Italia di oggi

È vero, arriviamo a questa crisi già in grande difficoltà, a causa soprattutto di un debito pubblico che abbiamo accumulato nei decenni precedenti, figlio di scelte improprie che si sono succedute nel corso degli anni. È chiaro che quando hai un debito enorme devi usare buona parte di quelle risorse per ripagare il debito, e hai spazi di manovra inferiori rispetto ad altri Paesi. Ma non è nemmeno questo il vero problema.

Qual è?

Mentre abbiamo accumulato quel debito ci siamo rinchiusi nella “trappola del presente”, tirando avanti giorno per giorno senza la determinazione e il coraggio di costruire una visione strategica.

Perché è importante avere una visione strategica?

Se non hai una visione strategica le decisioni che prendi finiscono per annullarsi, ogni volta che cambia il timoniere: un giorno vado a destra, il giorno dopo vado a sinistra. E finisco per rimanere sempre fermo.

È difficile non vivere alla giornata, in questa situazione, però…

Vivere giorno per giorno è una forzatura patologica: vive così il malato terminale, o la persona che ha delle dipendenze. Una persona sana, così come comunità sana, fa progetti, ha desideri, o perlomeno un’idea del proprio futuro. Peraltro, se tu sei fermo, intrappolato nel presente, e gli altri corrono prima o poi il tuo immobilismo lo paghi.

L’Italia è fregata, quindi…

L’Italia ha delle risorse: è un Paese ricco, innanzitutto. Se come comunità ricominciamo a costruire un discorso di futuro le risorse ce le abbiamo ancora. Se non sai dove andare quelle risorse non servono a nulla.

Nel frattempo le nostre comunità le nostre scuole e le nostre imprese si sono trovate impreparate nell’organizzazione della didattica a distanza e del lavoro da casa…

È paradossale, questo, ma rende bene l’idea: noi per anni abbiamo parlato di industria 4.0, di cui lo smartworking è una parte essenziale. Abbiamo fatto convegni su convegni e alla fine erano tutte “ciacole”, chiacchiere, perché nessuna impresa si è realmente preparata allo smartworking. Cosa che serviva oggi e che servirà soprattutto domani.

In che senso servirà domani?

In senso autentico, lo smartworking non vuol dire lavorare da casa. La casa, nella normalità, non deve diventare una prigione da cui non esci mai. Vuol dire che io non voglio perdere due ore a fare il pendolare, la mattina e la sera per andare al lavoro. Se io riesco ad andare al lavoro a 10 minuti da casa, guadagno due ore di tempo. Per farlo, però, devono esserci strutture adeguate per farlo. E bisogna capire che si lavora in modo diverso rispetto a come si lavorava prima.

È questo ciò su cui serve ragionare ora, secondo lei?

Per farlo bisogna ragionarci in modo serio, però. Creare gli spazi per farlo, recuperando ad esempio un patrimonio edilizio che nelle piccole città sarebbe abbandonato. Ora ci poniamo il problema dei mezzi pubblici e del loro affollamento come veicolo di contagio, in un mondo che riparte dopo la pandemia. Ma nessuno, dopo due mesi di quarantena, ancora pensa allo smartworking come un’opportunità. Ecco cosa vuol dire essere prigionieri nella trappola del presente.

Per un presente a prova di futuro dobbiamo coltivare il cambiamento tra sistemi e organizzazioni

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di Luca Tricarico e Paolo Venturi

Cosi come stiamo ancora attendendo i dati che certificheranno la più grande recessione economica dal dopoguerra (si stima un calo di oltre il 13% del PIL nel primo semestre del 2020), non è ancora chiaro il futuro della oltre 360 mila organizzazioni non profit, che cubano oltre 70 miliardi di entrate e che attraverso oltre 900 mila occupati e quasi 6 milioni di volontari erogano servizi (spesso essenziali) a milioni di italiani (oltre 21 milioni i beneficiari).
Siamo immersi in uno scenario d’incertezza che accomuna categorie e contesti dell’economia politica quanto quelle delle organizzazioni del Terzo Settore (che per certi versi sta vivendo i primi effetti di una recessione sociale) e conseguentemente dell’innovazione sociale. In questi giorni sono
allo studio interventi per redistribuire risorse tanto all’economia, quanto al mondo del sociale (oggi in prima linea come il mondo sanitario), ma la vera partita si giocherà poi sulla capacità di riattivare percorsi di sviluppo a prova di futuro.
Il vigore della richiesta di cambiamento di prospettiva è evidente osservando l’ampiezza della riflessione proveniente solo dei protagonisti classici del mondo dell’economia, dell’innovazione e del sociale. Un esempio della portata di questa riflessione arriva dall’articolo pubblicato per il NEJM
(New England Journal of Medicine) nei giorni peggiori dell’emergenza sanitaria da parte dei medici coinvolti nel focolaio di Bergamo, dove emerge l’emblematica e lucida necessità di ripensare i sistemi di cura come community-centered, ossia modelli localizzati di gestione, dove la decentralizzazione delle decisioni e la responsabilità diventano compito delle comunità tramite meccanismi flessibili di intelligenza collettiva e collaborazione tra organizzazioni con professionalità, competenze e mandati diversi.

Il vigore della richiesta di cambiamento di prospettiva è evidente

Guardando al contesto nazionale, lo shock che l’emergenza sanitaria sta innescando da un lato fattori generativi in grado di accelerare “la domanda di cambiamento” e dall’altro fattori critici per la platea di coloro che lottano per “continuare a fare come prima” affidandosi a richieste di protezione capaci di traghettarci nella lunga via del ritorno alla normalità. Il Coronavirus ha certamente dato un duro colpo al misoneismo (l’avversione all’innovazione), ma occorre ora capire il senso (significato e la direzione) di una fase 2 per lo sviluppo di soluzioni capaci di durare nel tempo.
Una fase che molto probabilmente si presenterà come una lunga “fase di transizione”, un momento privilegiato per sperimentare nuove soluzioni innovative capaci “resistere” al tempo anche oltre l’emergenza, proponendosi come nuovi prototipi di welfare e di crescita che siano in grado di
produrre prosperità attraverso l’inclusione.
Le posizioni che si stanno delineando sono sostanzialmente tre: Una prima, che coltiva la restaurazione. Una visione che si rassegna all’imponderabilità dei cigni neri e che utilizza l’avversione al rischio come alibi alla scarsa attitudine trasformativa. In questa visione le organizzazioni dovranno tornare a rinsaldare i rapporti con un sistema centralizzato e autoritario di decisioni come unica via capace alla risposta reattiva alle condizioni emergenziali. Una visione che ci riporta alla critica di Amartya Sen alle risposte politiche tradizionali durante le crisi sistemiche (come carestie o epidemie), influenzate non soltanto da fattori economici e sanitari, ma anche dai sistemi politico-deliberativi.
È questo il caso di emergenze sanitarie che sembrano verificarsi nelle società che danno risposte autoritarie e unilaterali a problemi complessi, dove gli interventi decisionali e partecipati sono visti come lenti, costosi e faticosi. A questa categoria appartengono anche quelli che nel nome di un sano realismo rinviano i tempi delle decisioni, spostando fuori da sé qualsiasi tensione al cambiamento, disegnando nuovi scenari dentro un immobilismo bizantino.

Una seconda, che coltiva l’adattamento. In questa visione si sottolinea la necessità di un adattamento rapido e competitivo delle organizzazioni alle condizioni emergenziali contingenti. Un adattamento sistemico rassegnato ad un mondo governato dalla vulnerabilità di shock e cambiamenti repentini di contesto in cui la forza della sopravvivenza delle organizzazioni è determinata dall’impeto e dalla velocità del feedback dell’innovazione tecnologica.

Una linea di lavoro sicuramente avvalorata dai recenti successi accumulati da chi ha saputo far buon uso delle tecnologie emergenti, dal digital market place e dalle piattaforme ma che dall’altro sembra scaricare l’intero effort alla capacità delle organizzazioni di rispondere istantaneamente alle forti condizioni dei paradigmi attuali (es. distanziamento sociale).
Una visione che nel breve periodo sembra sicuramente efficace allo sfruttamento della “possibilità di accelerazione” descritte dalle condizioni emergenziali, ma che nel lungo periodo rischia di trasformarsi in una lotta insostenibile capace di premiare le organizzazioni più dotate escludendo quelle che per natura fanno fatica a trasformarsi. Una prospettiva questa coltivata dentro un “cortotermismo” che può rivelarsi mortifero dentro la strutturale incertezza e complessità dei nostri tempi.

Una terza, che coltiva la trasformazione. Dove la necessità emergente è la capacitazione dell’intero ecosistema di organizzazioni. Un cambiamento che vede come priorità la responsabilizzazione delle organizzazioni verso i cambiamenti e gli shock che dovranno ancora venire, uscendo dalla logica dell’emergenza contingente, consolidando l’attitudine a trasformare la vulnerabilità dei sistemi in risorsa. È infatti solo assumendo la vulnerabilità come tratto della condizione umana che “il farsi comunità” (Rebuilding company as a community diceva Henry Mintzberg) diventa la modalità più adeguata per prendersi cura di sé e per essere protagonisti del cambiamento.

Alimentare processi generativi attraverso patti fiducia reciprocità, non affidandosi unicamente ai contratti e alle norme codificate

Da ciò emerge uno dei tratti più importanti che ci fa riconoscere chi persegue una visione trasformativa: quello di alimentare processi generativi attraverso “patti” “ fiducia” “ reciprocità”, non affidandosi unicamente ai contratti e alle norme codificate. In questo senso l’attitudine predittiva al cambiamento diventa mindset e matura quella consapevolezza di adattabilità costante, dove innovazione e la creatività sono concentrate nella capacità delle organizzazioni di rispondere a categorie di bisogni in costante mutazione.
In questa visione si osserva in maniera nitida una posizione di tensione costante tra istituzioni, modelli organizzativi, forme di rappresentanza e cittadinanza. Dove l’emergenza non è una parentesi ma una palestra d’innovazione aperta per alimentare l’attitudine al cambiamento delle istituzioni (a la North), dei meccanismi di produzione del valore (che prenda seriamente in considerazione i modelli proposti dal neo-mutualismo e capitalismo comunitario) e di ridiscussione della dinamica delle decisioni politiche e di riflesso nel design delle policy (si guardi a questo proposito, Mazzucato) In una fase di scarsità di risorse si tende a ridurre il profilo di rischio, posizionandosi sulle prime due opzioni dove si osservano nitidamente già le ossidate considerazioni. Mentre mai come oggi abbiamo bisogno dell’azione congiunta di adattabilità e trasformazione, con un accento maggiore sull’ultima. “Nulla sarà più come prima.” è l’affermazione che sentiamo ripetere in questi giorni e che fa sfondo al dibattito sulle proposte e sulle azioni da intraprendere per alimentare uno sviluppo integrale. Crediamo che sia urgente fare un ragionamento condiviso su questi elementi e spingere chi fa proposte a “dichiarare” a quale prospettiva tende e sulla quale intende rischiare. Serve il coraggio di sostenere pratiche che aiutino a rilanciare una nuova visione sull’innovazione emergente; una prospettiva capace di riconciliare i luoghi con una visione sistemica e che guardi a questa fase di transizione come l’alba di un futuro già parte presente.

CHE FARE @

Il mondo che verrà secondo l’economista Stefano Zamagni

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Sulle pagine dell’Osservatore Romano di oggi l’intervista al presidente della Pontificia accademia delle Scienze Sociali sul dopo coronavirus, che includerà “nemici” importanti, a partire dal neoliberismo, ma anche e soprattutto un’epoca migliore.

di Marco Bellizi

Nel “nuovo mondo” del dopovirus il nemico numero uno sarà il liberismo. E insieme ad esso, almeno in Italia, la burocrazia, l’ostinazione nel rifiutare il principio di sussidiarietà, la resistenza alle opportunità che la tecnologia ha dimostrato di poter fornire. Nonostante questo compito impegnativo all’orizzonte, secondo Stefano Zamagni, economista, presidente della Pontificia accademia delle Scienze Sociali, il futuro comunque sarà migliore del passato. L’Europa, per esempio, sarà più forte e i sovranismi, nell’immediato, saranno costretti ad arretrare. Perché tutto questo accada, però, occorrono iniziative tempestive, coraggiose e lungimiranti. In Italia, per esempio, servirebbe un think tank, un gruppo di esperti politicamente indipendenti e desiderosi di dare una mano al loro paese, in grado di elaborare nel termine di poche settimane un vasto progetto con cui ripartire, quando si avvierà finalmente la famosa “fase 2”.

Professor Zamagni, prima di tutto mi permetta una domanda ineludibile: lei è favorevole alla riapertura in Italia, in tempi brevi, delle attività produttive, anche correndo qualche rischio, o preferisce attendere il via libera degli scienziati?

R. – Il punto è delicato e richiede una risposta articolata. Circola uno studio recente realizzato da un team di esperti dell’Università di Alicante, istituzione piuttosto attendibile, secondo il quale in Italia e in Spagna il 24 aprile sarà la data di un deciso cambio di rotta, in positivo, dell’epidemia. Se questo è vero ha un senso riaprire. Altri studi però mostrano scenari diversi. Ci sono pareri discordanti anche a livello scientifico: questo va detto. I police makers, i governanti, sono costretti a basarsi su questi dati, che non sono concordi. Purtroppo, negli anni passati, quando era possibile farlo, gli istituti scientifici non sono stati messi nella condizione di effettuare studi che adesso sarebbero preziosi. Bisogna dire con chiarezza, però, che non si muore solo di virus: se entro due mesi la situazione non si risolvesse si potrebbe cominciare a morire anche per denutrizione, per cattiva alimentazione, per insufficiente assistenza sanitaria. I modi per riaprire gradualmente ci sono. Occorre iniziare con le attività che producono valore aggiunto: le partite di calcio, tanto per intendersi, non sono fra queste. Fino ad ora, durante questa crisi, abbiamo solo redistribuito valore, senza produrlo. E’ chiaro che così non possiamo reggere. E qui devo dire che le autorità italiane non hanno mostrato di voler valorizzare i tanti organismi del cosiddetto “terzo settore” che potrebbero fare un mondo di bene. Ho sottoscritto, assieme ad altri, un appello per avviare il servizio civile universale. Ci sono 80000 giovani che in base agli ultimi bandi sono pronti a lavorare gratuitamente per un anno. Lo stesso vale per molte fondazioni sanitarie. Sarebbe un vero e proprio esercito pronto a scendere in campo. Parliamo di circa 360 mila organizzazioni. Il problema è che ci sono alcuni settori che sono contrari al principio di sussidiarietà. C’è troppo dogmatismo e poca cultura. Prendiamo il tema della fragilità e della vulnerabilità, di cui si parla molto in questi giorni. Sfugge una distinzione fra queste due categorie. Noi in questi giorni siamo intervenuti a favore dei più fragili, di chi si trova in condizione di bisogno. Ed era giusto farlo. Ma la vulnerabilità è la condizione di chi, con una percentuale di probabilità superiore al 50 per cento, entro un determinato lasso di tempo potrebbe trovarsi fra quelli che oggi vengono definiti fragili.

In questi giorni abbiamo sentito molti pareri, anche diversi, in merito agli effetti che il lockdown avrà sull’economia italiana e su quella mondiale. Si può dire ormai, almeno a grandi linee, quali saranno le principali emergenze che si dovranno affrontare nell’immediato?

R. – In primo luogo bisogna passare dal Welfare State alla Welfare Society: ammettere anzitutto che la salute non è un bene privato ma pubblico. Questo virus ce lo sta dimostrando chiaramente: se io mi ammalo finisco con il fare ammalare anche gli altri. Diventa un problema comune. Poi occorre passare dal modello della cosiddetta “alternanza scuola-lavoro” alla “convergenza scuola-lavoro”, perchè i due mondi non sono alternativi. Nei progetti educativi bisogna introdurre il termine “conazione” (conoscenza e azione). Il sapere va usato in senso trasformativo. Oggi le imprese hanno fame di conoscenza eppure non riescono a impiegare chi la possiede. Naturalmente ciò comporta riscrivere l’architettura filosofica che è alla base della scuola. E’ lo stesso concetto attorno al quale ruota il progetto educativo che il Papa ha inteso promuovere e che verrà rilanciato nei prossimi mesi. Un altro punto fondamentale è quello della deburocratizzazione. Nessuno ha l’onestà di dire che la burocrazia c’è per colpa di tutti i partiti politici, e sottolineo tutti, che l’hanno creata a colpi di leggi a partire dagli anni ’80 del secolo scorso in poi (il miracolo economico precedente si è potuto verificare proprio in assenza di questo genere di ostacoli). La burocrazia la si tiene in vita in virtù di quella che viene definita la rentseeking: non è altro che uno strumento per mantenere o estrarre rendita. Ecco, bisogna far partire una lotta senza quartiere contro le posizioni di rendita che si annidano nella burocrazia. Anche perché per mantenere il burocrate, per giustificare il suo stipendio, l’unico modo è fargli produrre carte su carte, in un processo autorigenerativo. Altro punto fondamentale è quello del tasso di imprenditorialità, che in Italia è calato molto: muoiono molte più imprese di quante ne nascano, e quando dicono “muoiono” mi riferisco anche a quelle che passano di mano ad aziende francesi o tedesche pur mantenendo il marchio formalmente invariato. C’è differenza fra imprenditorialità e managerialità. In Italia ci sono tanti bravissimi manager, abbiamo ottime e numerose business school. Il problema è che mentre il manager ha bisogno di tecnica, l’imprenditore ha bisogno di cultura, di alta cultura. E qui le nostre università hanno delle colpe, sfido chiunque a dimostrare il contrario. Infine c’è la questione della “tassazione promozionale”, quella che gli inglesi definiscono Optimal taxation theory: le tasse le deve pagare soprattutto chi ha rendita, non chi produce valore. Se questo facesse parte di un programma elettorale scommetto che la gente lo voterebbe in massa. Mi piacerebbe sapere cosa hanno da dire su questo punto i grandi fautori della meritocrazia…Se si fosse realmente meritocratici si dovrebbe essere d’accordo. Ma bisogna intervenire subito. Serve un think tank composto da esperti indipendenti, liberi da vincoli partitici, che abbiano a cuore le sorti del paese e che nel termine di tre mesi siano in grado di elaborare un progetto.

Cosa ci ha insegnato, ci sta insegnando, questa pandemia, sotto il profilo dei rapporti economici e sociali?

R. – La lezione principale è che il modello liberista è il nemico numero uno. Fino a qualche tempo fa c’era chi ancora inneggiava al neoliberismo. O chi confondeva il globalismo con la globalizzazione, quando naturalmente si tratta di cose molte diverse. È sempre il vecchio concetto caro ad Adam Smith, secondo cui la marea quando si alza solleva tanto le imbarcazioni grandi quanto quelle piccole, la teoria secondo la quale in economia c’è sempre una mano invisibile che aggiusta tutte le cose. C’è voluto il Papa con la Evangelii Gaudium a fare presente che non è così. Oggi chi ancora sostiene le posizioni neoliberiste o è un incompetente o lo fa in cattiva fede. La pandemia di questi giorni somiglia tanto alla “distruzione creatrice” di cui parlava Joseph Schumpeter nel 1912, quella che viene considerata la componente fisiologica del capitalismo, la cui ontologia ruota attorno appunto al principio darwiniano del far morire per ricreare. Secondo l’economista austriaco, non c’è niente che si può fare per evitarlo. Il problema è che dalla dimensione economica questo principio si è spostato a livello sociale. E i più poveri, i più fragili, sono quelli che pagano. Lo vediamo in questi giorni, anche a livello sanitario, con la drammatica scelta di chi curare. Questo meccanismo va domato: la dimensione del creare deve prevalere su quella distruttiva, in modo che la prima possa compensare gli effetti della seconda. Ma sono certo che questo accadrà, perchè la gente sta aprendo gli occhi. Vede, bisogna distinguere sempre fra capitalismo ed economia di mercato. Dire che bisogna accettare il primo per salvare il secondo è una grande falsità. Dovremmo cambiare anche i libri di economia in uso all’università, che finora hanno insegnato questo. Poi naturalmente occorre continuare a lavorare anche sull’eccessiva finanziarizzazione dell’economia, che del resto è già entrata in crisi da tempo…

Didattica a distanza, smart working, telelavoro, ecommerce: meno tempo sprecato, meno inquinamento, maggiore efficienza. Sarà davvero questa l’eredità positiva che il virus lascerà al mondo o fatalmente si tornerà indietro?

R. – Se non fosse accaduto quello che è accaduto ci sarebbero voluti anni per convincerci ad andare in questa direzione. Ora, se non altro, possiamo dire che se dopo l’emergenza un’azienda non si adatta allo smartworking o al telelavoro la colpa è solo sua: la tecnologia, come si è visto, c’è e funziona senza particolari problemi. Purtroppo anche qui è ben presente la mentalità di cui si parlava prima, quella della rendita di posizione, del timore di usare criteri di valutazione diversi. Una trasformazione del genere farà cambiare anche i meccanismi di contrattazione collettiva e le relazioni industriali. Anche il mondo sindacale potrebbe venirne rinvigorito, a patto che i suoi esponenti ne siano all’altezza. Si dovrà essere pagati non in base al tempo di lavoro, ma in base ai progetti, imparare a valutare l’outcome, non l’output, il risultato finale, non il mero prodotto quotidiano.

Al momento comunque rimangono alcune note dolenti. O quanto meno alcune criticità. A suo parere come si sta comportando l’Europa? E’ davvero a un bivio, come osservano in molti? Come ne uscirà?

R. – Ne uscirà rafforzata. Anche i paesi più ricchi della comunità si renderanno conto che occorre riscrivere i trattati, da quello di Maastricht a quello di Dublino. Di fronte a situazioni come quelle che stiamo vivendo, occorre prendere coscienza che non ci si può fermare all’unione monetaria ma occorre andare avanti. Torna anche qui il concetto di vulnerabilità: a un certo punto l’Europa si è sentita forte, meno fragile. Ma rimane al momento estremamente vulnerabile. Credo però, come già sta accadendo in questi giorni, che gli antieuropeisti e i sovranisti, inevitabilmente, verranno messi a tacere. Almeno per qualche tempo. I nazionalisti pretendono di essere interpreti del bene della nazione e degli interessi del popolo. La realtà ci dice invece che la salvezza è nella cooperazione.

Questo a livello europeo. In scala mondiale alcuni dei paesi più influenti o emergenti sono guidati però da leader che nel passato si sono dimostrati un po’ refrattari all’idea della cooperazione…

R.- In effetti, a livello mondiale sono un po’ meno ottimista. La colpa anche qui è tutta occidentale. Siamo noi che abbiamo permesso che certi stati diventassero dei giganti economici, potenti ma fondati su linee di sviluppo così lontane da quelle proprie delle nostre democrazie e soprattutto così noncuranti dei diritti umani…Bisogna cambiare registro. E per questo occorre un’Europa forte. Le potenzialità per primeggiare ci sono, ci sarebbero tutte. Eppure continuiamo ad azzannarci fra noi, a insistere su politiche di austerità che tra l’altro non hanno alcun vantaggio scientificamente fondato.

Quanto l’economia civile, l’economia verde, la microeconomia possono realmente costituire un’occasione concreta di sviluppo?

R. – L’economia civile è un paradigma teorico che viene rifiutato forse anche perché nasce in ambienti cattolici. Le sue caratteristiche sono semplici: non esclude nessuno dal mercato; afferma che il fine dell’agire economico è il bene comune, non il bene totale; afferma che l’ordine sociale è il frutto dell’interazione fra stato, mercato e società civile; non accetta il principio del “Noma”, dei Non-overlapping magisteria (la teoria secondo qui scienza e religione avrebbero aree di indagine diverse e non sovrapponibili, ndr). Quest’ultima è una teoria antica. Se ne può trovare origine sin dal 1829, quando Richard Whatley, arcivescovo anglicano e professore di economia a Oxford, affermava che l’economia è una scienza neutrale che deve essere separata dall’etica e dalla politica. Un concetto antico ma assolutamente inaccettabile.

Chi a suo parere può assumere la leadership nel guidare questi processi innovativi?

R.- Questo è un falso problema. È l’uso che dà il metodo, secondo l’epistemologia: è una delle poche affermazioni di Kant sulle quali sono d’accordo. Prima di cercare il leader devi creare le coscienze. A quel punto il leader verrà fuori. Bisogna che la gente cambi, come dire, il mindset. Fece lo stesso anche Gesù, in fondo, affidandosi agli analfabeti, Pietro per primo, ed esortandoli ad andare in giro a convincere gli altri. Quando nelle persone inietti il desiderio del cambiamento, si è già a buon punto.

Fonte: https://www.vaticannews.va/it/vaticano/news/2020-04/osservatore-romano-zamagni-ecnomia-coronavirus-futuro.html

Disuguaglianza – Introduzione al tema

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Ci sono temi che -da cooperatori, da persone animate dalla passione per la giustizia- ci trovano sempre attenti. La questione delle disuguaglianze è una di queste. Eppure…

Alice ha 13 anni ed è anni affetta da una forma di autismo che rende difficili la sua partecipazione alla vita didattica e sociale della classe. Dall’inizio dell’anno vede i suoi compagni giocare e imparare. Lei passa le sue giornate seduta da sola al banco, senza fare alcuna attività, quasi sempre sola. La scuola non ha ancora nominato l’insegnate di sostegno: problemi burocratici e di graduatorie.

Filippo fa l’educatore in un centro di aggregazione giovanile comunale gestito da una cooperativa sociale. A volte i parenti gli chiedono quando si troverà un lavoro vero, come sua sorella che è insegnate. La professionalità e la laurea di Filippo contano poco: lo dimostrano lo stipendio che prende e il fatto che l’appalto che la cooperativa ha vinto non preveda un tempo congruo per progettare e verificare. Conta solo l’attività coi ragazzi.

Due storie, molto diverse. Ma anche due declinazioni di uno stesso tema: le disuguaglianze sono ovunque, ogni sistema sociale ne produce perché produce disparità di condizioni e di opportunità, e in qualche misura ci sono disuguaglianze tollerate o accettate culturalmente: in Italia-ad esempio- non c’è una diffusa e immediata percezione di ingiustizia in merito al gap salariale tra gli uomini e le donne, o il diverso accesso alla carriera tra cittadini italiani e persone migranti o addirittura figli di migranti.

La questione è quanta e quale disuguaglianza siamo disposti ad accettare, come recita il titolo di un interessante articolo di Startmag[1] che, citando il sociologo Arnaldo Bagnasco sottolinea come “disuguaglianze che prima erano silenziose o tollerate perché senza rappresentanza e senza forza, ora si fanno avanti sulla scena pubblica e politica. Nelle nostre società che cambiano, la disuguaglianza si presenta dunque in nuovi modi.”. Bagnasco poi individua tre questioni sulle disuguaglianze che descrivono la situazione attuale:

  • Il riemergere delle disuguaglianze di reddito e di ricchezza, dopo una fase di rallentamento durata alcuni decenni fino al boom economico e agli anni ’80. Da allora la parte più povera della popolazione può contare solo sulla ricchezza salariale, mentre la parte ricca cumula altri stipendi ed ingenti patrimoni.
  • La concentrazione della ricchezza, mitigata dalla funzione redistributiva del welfare fino agli anni Ottanta, torna ad esplodere con violenza. Cita ancora l’articolo do Startmag: “Diminuiscono i posti di lavoro, cresce il lavoro precario, le opportunità di vita diventano incerte per fasce importanti della popolazione e diventano più disordinate le sequenze del ciclo di vita. Se in precedenza si era verificata una tendenza all’inclusione sociale, nelle nuove condizioni si vedono forze che giocano in senso inverso. Possiamo dire che si tratta di correnti di polarizzazione sociale, che fanno scivolare verso il basso fasce di popolazione, mentre altre riescono a mantenere posizioni migliori.”
  • Le disuguaglianze diventano più sfaccettate: al venir meno di classi numerose ed omogenee della popolazione, emergono segmenti sociali più piccoli e non assimilabili, che esprimono disuguaglianze sociali che chiedono di essere riconosciute per superare condizioni vissute come discriminanti: sono disuguaglianze che riguardano il genere (migliorate ma ben lontane dal superamento), generazionali (a partire dal lavoro che tutela i vecchi assunti e propone il precariato alle nuove leve), etniche e culturali (evidenziate dai fenomeni migratori), di orientamento sessuale, di luogo di vita,… Queste disuguaglianze si combinano in modi diversi fra loro, interagiscono anche con la dimensione del reddito e della ricchezza, ed enfatizzano l’individualizzazione delle condizioni e delle relazioni delle persone.

Certo il tema dell’uguaglianza come valore deve misurarsi con il valore della libertà individuale e con il diritto ad esprimere differenze.

Specularmente ci sono disuguaglianze che legittimiamo in talune circostanze, appoggiandoci ad argomenti condivisi o anche solo a retoriche. La fin troppo citata frase ‘Prima gli italiani’, ad esempio, viene citata da chi ritiene che trattare in modo diseguale persone  migranti sia legittimo e persino doveroso.

Rubiamo la chiusura all’articolo di Startmag: “Non ci sono soluzioni semplici a problemi complessi. Ma la domanda insistente che interroga la coscienza civile è: quanta e quale disuguaglianza siamo disposti ad accettare?”

[1] Startmag – articolo di Michele Magno:  https://www.startmag.it/mondo/quanta-e-quale-disuguaglianza-siamo-disposti-ad-accettare/

Disuguaglianza: Però

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Tutti noi abbiamo dei problemi. Non c’è individuo che possa dire di non avere questioni aperte, difficoltà da affrontare, grane da risolvere- In dipendentemente da quanto sia in salute, benestante, amato. E se abbiamo un problema che ci tiene svegli di notte, il fatto di essere in salute, benestanti, amati non fa scomparire le nostre preoccupazioni e il nostro dolore.

Questo vale anche per le valutazioni sulle disuguaglianze nel nostro paese.

Dobbiamo però considerare il contesto in cui ci collochiamo. Ognuno di noi, per quanto possa essere discriminato, è privilegiato rispetto a qualcun altro.

Privilegio deriva dal latino: privilegium, composto di privus singolo, a sé, e lex legge. Legge per il singolo.

È sempre stato normale che certe persone o categorie di persone godessero di vantaggi speciali rispetto alla generalità degli uomini – e questo veniva spesso sancito con atto sovrano di legge. In una logica strettamente classista era misura di onori particolari, di qualità superiori. Si tratta di una parola raffinata, coniata in tempi in cui aveva un valore positivo e generoso. Ma il vento cambia, la democrazia incalza, e oggi l’antico valore del privilegio ha acquisito i connotati raccapriccianti della discriminazione, del potere che tutela sé stesso, dell’ingiustizia.

Nel luogo dove gli uomini sono tutti uguali il privilegio nel suo senso positivo non può che essere svuotato dei suoi connotati, restando un generico, sentito onore – come il privilegio di aprire un festival, il privilegio delle chiavi della città al cittadino illustre, il privilegio di rappresentare l’Italia alle Olimpiadi.

Essere privilegiati non è una colpa nè fa immuni dalla sofferenze, ma chi ha privilegi ha più risorse, più carte da giocare.

Oggi è privilegio qualunque diritto (o preteso tale) che non sia esigibile da tutti…. E i diritti esigibili sono davvero pochi.

Pensiamo alla vita delle nostre cooperative: è un diritto l’applicazione della contrattazione collettiva e il versamento a data certa dello stipendio. Molte giornate lavorative di delegati sindacali e datoriali sono spese per questo. Ma sappiamo che molti giovani collaborano con contratti di consulenza a partita IVA non sempre frutto di scelte auto-imprenditoriali. Sappiamo che ci sono persone in progetti di inserimento lavorativo a volte per anni. Sappiamo che ci sono persone in ruoli dirigenziali che assommano a compensi contrattuali indennità e gettoni per incarichi, presidenze e ruoli a volte davvero ingenti e non sempre corrispondenti alla stessa logica sottesa ai Contratti collettivi. L’applicazione contrattuale allora è un diritto o un privilegio?

Ancora più critica e complessa diviene la situazione se usciamo dall’Italia e consideriamo il resto del mondo. Facciamo un ulteriore esempio. In Italia ferve, e giustamente, il dibattito sull’imposta IVA per gli assorbenti femminili, la cosiddetta tampon tax, che è al 22% e si vorrebbe abbassare al 5% considerando gli assorbenti un bene essenziale (mentre ad esempio il tartufo, genere alimentare, è tassato con aliquota al 10%). Certo la riduzione dell’imposta su questi prodotti faciliterebbe tutte le donne, ed in particolare quelle meno abbienti. L’elevato consumo di assorbenti è però anche un importante problema ambientale per la difficoltà di smaltimento che comportano non essendo biodegradabili, e quindi facilitarne un uso a basso costo una facilitazione per alcune e un danno per tutti. Per non dire, poi, del confronto con altre nazioni del mondo:  in Malawi per esempio il prezzo di un pacco di assorbenti può costare più della paga giornaliera di una lavoratrice. Ancora, in Kenya, un pacchetto di otto assorbenti costa circa 1 dollaro, quando metà della popolazione vive con meno di un dollaro al giorno. Evidentemente, moltissime donne sono costrette a una scelta di fronte alla quale nessuna donna o giovane donna dovrebbe essere confrontata: decidere se mangiare o prendersi cura della propria igiene mestruale.

La questione non è per nulla banale, ma forse è semplice. Siamo tutti i privilegiati di qualcun altro. La differenza la fa la direzione in cui orientiamo lo sguardo, la razionalità a cui ci rifacciamo per le nostre scelte, e forse più radicalmente il senso che diamo al nostro essere uomini e donne in un mondo in cui ‘da vicino nessuno è normale’.

Disuguaglianza: Analisi

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Trent’anni di mazzate. Da tanto dura la crescita delle disuguaglianze nei paesi occidentali.

Per quanto riguarda le disuguaglianze economiche, una gran mole di dati documenta il loro sistematico peggioramento per il complesso dei paesi occidentali nell’ultimo trentennio, ma questo fenomeno riguarda il complesso del mondo: l’1% più ricco concentra circa il 50% della ricchezza mondiale.

Anche in Italia, le disuguaglianze economiche sono elevate e mostrano un trend crescente. La disuguaglianza di reddito è in aumento dall’inizio degli anni ’80. La crisi ha ridotto i redditi familiari in modo generalizzato ma ha avuto effetti più forti soprattutto per le fasce meno abbienti o povere. Nel 2014 il 10% di italiani con il reddito più basso aveva, in media, reddito inferiore di circa un quarto rispetto a quello di cui disponeva del 2008. Fortemente cresciute, rispetto agli anni ’80, sono le quote di reddito e di ricchezza detenute dall’1% più ricco, passate rispettivamente dal 6,9% al 9,4%, la prima, e dall’11% al 21%, la seconda.

La disuguaglianza in ricchezza, infine, è molto più forte di quella dei redditi. Durante la crisi cominciata del 2008 la ricchezza media degli italiani è scesa del 15 per cento, mentre quella dei dieci italiani più ricchi è aumentata dell’83 per cento. Il “top 1 per cento”, ossia l’1 per cento più ricco della popolazione, possiede una quota variabile tra il 15 per cento e il 25% della ricchezza totale, a seconda della fonte. Non solo: la disuguaglianza di ricchezza spacca le generazioni, a beneficio dei più anziani, che hanno guadagnato, mentre gli under 40 hanno perso.

Le disuguaglianze economiche riguardano le disparità nei redditi e nella ricchezza privata, ma hanno echi anche nel lavoro (accesso a un lavoro adeguato alle proprie capacità, retribuzione, rischiosità…) e nelle conseguenti condizioni materiali di vita. Le disuguaglianze economiche si spingono fino a determinare e rendere croniche situazioni di povertà, e la povertà in Italia è ereditaria. L’altro elemento su cui riflettere è quanto una condizione economica svantaggiata possa avere radici anche in un divario educativo. La diffusione della povertà diminuisce al crescere del titolo di studio.

Se la persona di riferimento ha il diploma o la laurea, la famiglia è povera in meno del 4% dei casi. Con la licenza media, la quota sale al 9,8%; con quella elementare all’11%. Ed è interessante provare a individuare, nei dati dell’istituto di statistica, il trend nell’ultimo triennio: più stabile per i laureati; in sensibile crescita per gli altri.

Ci sono poi disuguaglianze sociali che riguardano, in primo luogo, disparità nell’accesso e nella qualità dei servizi fondamentali come sanità e istruzione, cura sociale, mobilità e sicurezza e nella possibilità di accedere ad opportunità culturali. A queste disuguaglianze se ne aggiunge un’altra che con esse interagisce: la diseguaglianza di status e di considerazione sostenuta dall’idea che esistano categorie di persone non meritevoli di accedere alle stesse opportunità delle altre.

Le disuguaglianze sociali sono ben misurate in tutta l’Unione Europea e mostrano l’insuccesso dell’Unione in questi ultimi venti anni, anche prima della crisi, di garantire l’estensione a tutti i cittadini Europei dei benefici dell’apertura dei mercati. Anche in Italia, le disuguaglianze sociali sono elevate. È vero per l’accesso a servizi come gli asili nido, ma anche per la qualità della salute, che in Italia, come in altri paese, è fortemente influenzata dal livello di istruzione. La riduzione e riorganizzazione della spesa pubblica per la non autosufficienza ha accresciuto la dipendenza della gestione e del finanziamento del processo di cura dalle famiglie, incrementando così il rischio di povertà delle famiglie coinvolte nella cura degli anziani. La disuguaglianza nell’accesso ai servizi fondamentali e nella loro qualità ha una forte dimensione territoriale.

Ci sono infine disuguaglianze di riconoscimento che riguardano il fatto che il ruolo, i valori e le aspirazioni della persona non sono riconosciuti da parte della collettività e della cultura generale. Tali disuguaglianze hanno una forte dimensione territoriale: assai spesso chi vive nelle periferie, in aree rurali o centri urbani minori avverte di vivere in luoghi senza una prospettiva, lontani dai flussi di innovazione e dai centri di decisione. La disuguaglianza di riconoscimento tende anche a tradursi in disuguaglianze economiche e/o sociali, perché dal mancato riconoscimento derivano scarso potere negoziale e scarsa considerazione nel disegno delle politiche, ma le disuguaglianze di riconoscimento pesano di per sé perché mortificano la dignità delle persone e creano senso di esclusione.

Le disuguaglianze di riconoscimento sono meno analizzate, perché riguardano un fenomeno di difficile misurazione, ma le conseguenze di queste disuguaglianze sono colte da indagini di campo e sono visibili sul terreno politico: proprio le fasce sociali che si sentono perdenti su questo fronte appaiono più vicine, al momento del voto, ai nuovi movimenti che identificano nell’apertura delle frontiere e dei mercati, nella globalizzazione e nelle migrazioni le cause dei loro problemi. Le comunità e i gruppi dei non riconosciuti tendono ad essere attratti più dalla chiusura e dal rancore, piuttosto che dall’apertura e dalla cura. Vivono con sospetto e fastidio ogni forma di ospitalità.

La lotta alle disuguaglianze è un problema di giustizia che la Costituzione Italiana ha recepito con grande chiarezza : ‘E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.’ (art 3 c.2). Pietro Calamandrei, Padre Costituente, commentava questo articolo parlando con gli studenti dell’Università Cattolica di Milano nel 1955 affermando che la Costituzione italiana ‘mira alla trasformazione di questa società in cui può accadere che, anche quando ci sono, le libertà giuridiche e politiche siano rese inutili dalle disuguaglianze economiche dalla impossibilità per molti cittadini di essere persone e di accorgersi che dentro di loro c’è una fiamma spirituale che se fosse sviluppata in un regime di perequazione economica, potrebbe anche essa contribuire al progresso della società’.

Ridurre le disuguaglianze è una questione di giustizia. E di welfare.

 

 

 

 

 

 

 

 

Testimonal: Bessie Coleman

Elizabeth “Bessie” Coleman nasce ad Atlanta il 26 gennaio del 1892, decima di tredici figli. Con un padre di origini native americane Cherokee e una madre nera che lavora nelle piantagioni, il futuro della bambina sembra già tracciato.

Il Texas di quegli anni impone rigide barriere razziali. Bessie frequenta la scuola per soli neri, una stanza che raggiunge ogni giorno facendo oltre 6 chilometri a piedi. E‘ intelligente, una studentessa che si distingue per l‘ottimo rendimento scolastico. Adora leggere e le piace la matematica.

Ha 9 anni quando il padre lascia la famiglia in cerca di fortuna altrove. Sono anni duri e la situazione economica impone a Bessie di darsi da fare, aiutando anche la madre nella raccolta del cotone. Il suo talento per lo studio e i soldi guadagnati spaccandosi la schiena le valgono a 18 anni l‘ingresso Oklahoma Colored Agricultural and Normal University. Dopo un semestre, l‘impegno economico è insostenibile e abbandona i banchi universitari.

A 23 anni è a Chicago, dividendo le sua giornate tra un ristorante dove lavora come cameriera e una sala da barba per uomini d‘affari dove fa la manicure. Il fuoco per il volo si accende proprio ascoltando le discussioni nel salone del White Sox Barber Shop. I piloti di ritorno dalla Prima Guerra mondiale raccontano le battaglie dei cieli europei e per la ragazza della campagna texana è un sogno ad occhi aperti.

Bessie Coleman è determinata, fin da bambina ha lavorato duro per ottenere qualunque cosa. Inizia a fare il giro delle scuole di volo in cerca di un addestratore. Ogni sua domanda viene rifiutata: non si accettano persone di colore. La ricerca di istruttori di colore non ha un esito migliore: non si accettano donne. Incurante dello stupore con cui viene ascoltata, o del sorrisino di sufficienza con cui viene rispedita a casa, non si rassegna.

La sua ricerca appassionata colpisce uno dei frequentatori della sala da barba, Robert Abbott, fondatore e redattore del Chicago Defender. Il giornalista nero, ben consapevole delle difficoltà della ragazza, le consiglia di trasferirsi all‘estero. La Francia sembra il posto ideale per prendere lezioni di volo. Bessie però non parla francese e, soprattutto, è bloccata a Chicago. Senza soldi è impensabile intraprendere il viaggio e mantenersi a studiare per lungo tempo.

Abbott, ben introdotto negli ambienti influenti della comunità nera, le presenta Jesse Bingam, fondatore della prima banca afroamericana. Il banchiere resta affascianto dal travolgente entusiasmo di Bessie nel raccontare il suo sogno e ne percepisce la volontà ferrea di realizzarlo. Il sogno di una ragazza diventa così il piano per mostrare all‘America la prima donna nera alla guida di un aereo.

Con l‘appoggio finanziario della banca, e un contributo del Chicago Defender, nel 1920 Bessie presenta la sua candidatura alla Société des avions Caudron di Le Crotoy. Ottenuta l‘ammissione, si butta a capofitto nello studio della lingua francese.

Nel novembre del 1920 si imbarca sul transatlantico SS Imperator, destinazione Europa. Al corso è l‘unica donna e l‘unica persona di colore, un fatto eccezionale anche per la Francia di quegli anni. Bessie non si scompone, vuole imparare a volare ad ogni costo.

Abbott e Bingam le pagano quanto è necessario per mettersi ogni giorno alla cloche di un biplano sgangherato. Prendere lezioni, infatti, si rivela pericoloso tanto quanto volare una volta ottenuta la licenza. Durante il corso un allievo muore in un incidente e Bessie rimane turbata per molto tempo. In testa, però, ha un solo obiettivo: volare. Dopo 7 mesi di lezioni ottiene il brevetto n.18310 della Fédération Aéronautique Internationale. Con la licenza in tasca, ne approfitta per passare altri due mesi in Francia, agli ordini di un asso dell‘aeronautica che le spiega i trucchi per diventare una pilota acrobatica.

Il ritorno a casa é sotto i riflettori. La stampa si é accorta della prima donna di colore diventata aviatrice e l’accoglie a braccia aperte. Quando le luci si spengono, si ritrova però senza il lavoro da pilota che sogna. L‘aeronautica civile e commerciale non offre molte opportunità, i posti sono troppo pochi per una carriera. Per fare del volo una professione, Bessie inizia a pensare a uno spettacolo itinerante di acrobazie aeree.

Le servirebbe un aereo tutto suo e, soprattutto, maggiore preparazione. Si ripete, tuttavia, la situazione che aveva già vissuto: nessuno è disponibile a insegnarle come diventare un pilota acrobatico. Ricomincia così a lavorare nella ristorazione e raccoglie il sostegno di alcune persone facoltose.

Nel 1922 torna in Europa per perfezionare la tecnica di volo, soggiornando tra Francia, Germania e Olanda. Ha anche la fortuna di incontrare di persona Anthony Fokker, geniale progettista e fondatore dell‘omonima azienda aeronautica, che la invita a visitare gli stabilimenti tedeschi.

Ora è pronta. Le esperienze accumulate e la dedizione l‘hanno resa un‘eccellente aviatrice, sicura dei propri mezzi e spericolata. Rientra negli Stati Uniti, acquista il suo primo aereo e in poco tempo allestisce il suo spettacolo itinerante. Centinaia di americani a testa all‘insù ammirano le acrobazie che le fanno guadagnare il nome di “Queen Bess”, la regina del cielo.

In un incidente distrugge l‘aereo comprato un anno prima e resta 3 mesi in ospedale. Le servono altri 8 mesi per rimettere insieme i soldi per permettersi un nuovo aereo. Nel 1925 torna alla cloche e agli spettacoli acrobatici. La fama cresce e le sue acrobazie diventano sempre più ardite, tra manovre spettacolari e rischiosi passaggi rasoterra.

Bessie Colman inizia a guadagnare bene, la stampa racconta le sue imprese e le offrono anche una parte in un film. Sono anni dove la questione razziale è un tema molto caldo e lei rappresenta uno dei simboli del riscatto della comunità afroamericana.

In testa ora ha un nuovo progetto: aprire la prima scuola di volo per donne nere. I ricavi del film le sarebbero utili per finanziare la scuola, ma Bessie alla fine rifiuta di prendere parte alle riprese. Mostrare agli spettatori l‘immagine stereotipata della bambina nei campi di cotone per lei è inaccettabile. Le barriere razziali le vanno strette. Per lo stesso motivo, rifiuta di esibirsi in manifestazioni dove i neri non possono accedere o vengono tenuti separati dagli spettatori bianchi.

L‘incidente di Jacksonville arriva poco prima dell‘apertura della scuola, che resta un sogno irrealizzato. Migliaia di persone le rendono omaggio ai suoi funerali, celebrati a Jacksonville, ad Orlando e a Chicago, dove viene infine seppellita al Lincoln Cemetery.

Per saperne di più

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PER SAPERNE DI PIÙ

Dati, approfondimenti e proposte

Molti dati e riflessioni sulle disuguaglianze sono offerti dal Forum Disuguaglianze e Diversitànato da un’idea della Fondazione Lelio e Lisli Basso, a cui partecipano anche otto organizzazioni di cittadinanza attiva (ActionAidCaritas ItalianaCittadinanzattivaDedalus Cooperativa socialeFondazione di Comunità di MessinaLegambienteUisp), e di un gruppo di ricercatori e accademici. Sul sito del Forum è possibile trovare una ricca offerta di materiali descrittivi e di approfondimento, oltre alla presentazione di 15 concrete proposte politiche e operative per ridurre le diversità www.forumdisuguaglianzediversita.org

Anche il sito di Istat  offre dati aggiornati e articolati sulla povertà in Italia con dati assai aggiornati: https://www.istat.it/it/files/2019/06/La-povert%C3%A0-in-Italia-2018.pdf

Sulle disuguaglianze di riconoscimento è interessante il testo di Unar – Ministero delle Pari Opportunità: ‘Studio sui fenomeni di discriminazione e dei relativi stereotipi nei vari ambiti del sistema educativo, del mercato del lavoro, della vita sociale e culturale, in merito alle differenze etniche, di abilità fisica e psichica, di orientamento sessuale e di identità di genere, di età e comunicazione sociale a contrasto delle discriminazioni’: http://www.pariopportunita.regione.puglia.it/documents/10180/21216/Rapporto+finaleIPRS_discr_gen.pdf/ec629b85-9e64-4554-a6ba-b374c80e9fc3

Un testo di riferimento importante, infine, è di Thomas Piketty, autore del best seller internazionale Il capitale nel XXI secolo che riprende i temi dei suoi studi sulla concentrazione e sulla distribuzione della ricchezza negli ultimi 250 anni. Nel libro sostiene la tesi secondo cui, nei paesi sviluppati, il tasso di rendimento del capitale è stato sempre maggiore del tasso di crescita economica, una circostanza che porterà in futuro a un aumento della disuguaglianza in termini di ricchezza e disponibilità di beni e servizi. Per affrontare questo problema Piketty propone di attuare una redistribuzione della ricchezza attraverso una tassa globale sulla ricchezza.

Un approfondimento sulla cornice Costituzionale al tema della disuguaglianza

Testo e audio del discorso di Calamandrei sulla Costituzione agli studenti della Cattolica di Milano il 26 gennaio 1955: “Finché ci saranno ostacoli alla dignità dell’uomo, la Carta sarà incompiuta”: https://www.ilfattoquotidiano.it/in-edicola/articoli/2017/12/24/questa-costituzione-e-il-nostro-programma/4058590/

Cooperazione vs Disuguaglianza: 1 a 0

C’è un libro che forse dovremmo leggere: ‘Le imprese sociali tra mercato e comunità. Percorsi di innovazione per lo sviluppo locale’ di Andrea Bernardoni e Antonio Picciotti (Franco Angeli 2017). Sostiene che, come accaduto negli anni Settanta quando le prime cooperative di solidarietà sociale sono state capaci di interpretare i cambiamenti economici, sociali e culturali che stavano attraversando il Paese, la sfida attuale della cooperazione sociale è quella di fornire risposte innovative alle rapide trasformazioni che stanno interessando l’Italia, in primis il contrasto della diseguaglianza e della povertà. Se -prima di leggere il libro- vogliamo avere una approfondita sintesi apparsa su Secondo Welfare, ecco qui dove trovarla: https://www.secondowelfare.it/impresa-sociale/le-imprese-sociali-tra-mercato-e-comunita.html

La cooperazione? Non potrà più essere quella di ieri

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Anteprima magazine

di Stefano Granata 31 marzo 2020

«Può e deve cambiare l’idea del cooperare come di solito viene messa in pratica. Deve uscire dalla nicchia profetica dell’atto di volontà individuale e ricostruirsi come un atto condiviso». L’intervento del presidente di Federsolidarietà/Confcooperative è uno dei 20 ospitati nel numero gratuito di VITA magazine che potete scaricare on line

L’emergenza che stiamo affrontando ha imposto, in un lasso di tempo estremamente breve, la ridefinizione totale delle abitudini, degli stili di vita, del funzionamento della società, dell’economia e del lavoro, ma soprattutto dei modelli di convivenza. Ci troviamo nel paradosso per cui “l’altro” – chiunque esso sia, famigliare, amico, collega – è la primaria fonte di rischio, ma allo stesso tempo l’unica soluzione possibile al problema. Perché questa situazione ha evidenziato in modo radicale e certamente inatteso, il peso della responsabilità di ogni singolo individuo sulla collettività. Ognuno di noi è chiamato, per responsabilità e per obbligo, a cooperare per porre un argine al contagio. Nell’urgenza di frenare l’epidemia, cooperare corrisponde, per la più larga parte del Paese, ad accettare una temporanea sospensione delle libertà personali, delle proprie priorità e dei propri desideri.

Per far sì che questo impegno non si risolva in una molteplicità di storie di resistenza e di resilienza individuale, difficili da riconciliare in un’unità alla fine di questo percorso, occorre dare qualche chiave di lettura in più. Anzitutto, per gestire la complessità, a fronte di un numero di elementi interagenti e di connessioni che si dipanano su scala globale, è centrale la competenza. Ma da sola non basta. Oggi la priorità assoluta è il fronte sanitario, dove sulla competenza medica, tecnica e scientifica ci si gioca tutto, letteralmente, un tutto che ha le sembianze di migliaia di vite da salvare. Tuttavia per fronteggiare la crisi nella sua totalità, che è anche economica e sociale, è necessario instaurare una dinamica diversa, che metta al centro la capacità di fare sintesi dei bisogni emergenti, delle possibili soluzioni, delle risorse.

Su questo può e deve cambiare l’idea del cooperare e come viene tradizionalmente messo in pratica. Deve uscire dalla nicchia dell’atto di volontà, di ingaggio personale e ricostruirsi come un atto condiviso. L’emergenza ha spinto ampie parti della società civile e del Terzo settore a mettersi in gioco per rispondere in tempi rapidissimi a bisogni di portata drammatica, in una condizione di rischio, facendo riemergere la forza vitale di organizzazioni e di persone che si spingono oltre i limiti per il bene comune. È una testimonianza di presenza nelle comunità di enorme importanza. Ma i risultati e gli apprendimenti dei questa fase devono essere interpretati e valorizzati all’interno della nuova normalità che andremo a costruire di qui a poco tempo.

Questa situazione ci sta dando una chiave d’accesso nuova alla realtà, ma dobbiamo sviluppare la capacità condivisa di interagire con questo sistema, con l’apertura necessaria a scalzare una volta per tutte quell’autoreferenzialità elitaria e profetica che ha impedito finora al Terzo settore – e all’impresa sociale in particolare – di entrare nel mainstream con una posizione egualitaria rispetto agli altri mondi che lo compongono, siano essi le istituzioni, le imprese di mercato, la finanza.

Cooperare dovrà quindi essere un modo di lavorare insieme, orientato molto di più al risultato, alla capacità di prendere decisioni e di farlo rapidamente, che all’estetica del processo. Ci si giocherà una sfida imponente nella costruzione di nuove modalità di dialogo e collaborazione con il pubblico e con il privato. Nel trovare il giusto bilanciamento della vocazione primaria della prossimità ai più fragili e agli ultimi con la volontà di inserirsi nelle nuove catene del valore per generare sviluppo, ricchezza condivisa, oltre che inclusione.

Cooperare dovrà essere impegno a costituire concretamente un’opportunità di lavoro e di futuro per le nuove generazioni.

Se è vero che ancora ci troviamo nel mezzo di questa notte, dobbiamo usare questo tempo per rimettere in sesto le energie, la lucidità e la capacità di progettare un nuovo inizio.

Non è detto che vada male

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SCIENZA E FILOSOFIA 12 APRILE 2020 (Il sole 24 ore)

Antropocene. Oggi la distinzione tra storia umana e storia naturale è finita per sempre ma c’è tempo per riscrivere il racconto della Terra e plasmare un futuro non catastrofico

La nascita del nuovo millennio ha raccolto su di sé tanti investimenti
simbolici, apocalittici, fantascientifici… Investimenti che l’hanno preceduta e hanno accompagnato la sua attesa. Un virus millennial e globalizzato li sta rigenerando. Forse per questa sua capacità di essere attrattore simbolico, lo stesso anno 2000 è stato anche l’anno in cui nel modo più deciso e formale è stato proposto il nome Antropocene, per battezzare la nuova era in cui si troverebbe la storia della Terra. Padrini di questo battesimo furono il premio Nobel Paul Crutzen e l’ecologo Eugene Stoermer. Celebre è in particolare diventata l’esclamazione, una vera e propria chiamata alle armi, di Crutzen: «Siamo entrati nell’Antropocene!». Esclamazione in certo senso irritata nei confronti dei colleghi che si ostinavano a tenere il nostro tempo nell’Olocene.
Insomma, il nuovo millennio si apre con, all’ordine del giorno, un impellente sfida: riscrivere il racconto della storia della Terra, aprendo un nuovo capitolo, destinato non solo a delineare nuove prospettive per pensare il futuro, ma anche a imporre una riscrittura dei capitoli precedenti. La storia dell’uomo è, da sempre, la storia della scrittura di questo racconto.
Fin dai tempi più antichi e nelle civiltà più lontane, troviamo miti che narrano delle origini del cosmo, della Terra, dell’uomo. E che, pure in vari modi, narrano del rapporto degli uomini con il mondo. A ciò hanno concorso, in particolare, le tradizioni che sono alle radici della nostra civiltà: la greca e l’ebraica. Gaia, la dea della Terra, che emerge dal vuoto per generare la vita; Prometeo, che crea il genere umano plasmandolo dall’argilla e che poi consente agli uomini di prosperare grazie al dono del fuoco; il Dio creatore onnipotente della Bibbia, che motiva la singolarità dell’uomo nella creazione e poi, dopo la cacciata dal Giardino dell’Eden, la sua condanna alla fatica nel coltivare la terra… Storie diverse, ma convergenti nel definire il senso dell’umanità attraverso la sua posizione centrale nel creato.
È proprio il senso di queste storie che si troverà a dover essere riscritto all’origine della nostra età moderna, dopo la radicale rivoluzione che susciterà l’esplorazione dello spazio profondo, e il passaggio, così bene ricostruito da Alexandre Koyré, dal mondo chiuso all’universo infinito. E poi, dopo la rivoluzione di Charles Darwin, che tuttavia avrebbe avuto bisogno di altri due secoli, dopo Copernico, per compiersi e per delineare una riscrittura complessiva. Le origini dell’universo, della Terra e dell’uomo erano infatti ancora confinate nei 6.000 anni in cui le avevano racchiuse la narrazione biblica e i miti antichi. E furono per lo più considerate origini coeve, che nel 1650 James Ussher determinò precisamente nel 4004 a.C.. Anche Isaac Newton ne era convinto.
Attraverso il lavoro di grandi naturalisti, come nel XVIII secolo Georges-Louis Leclerc, conte di Buffon, e poi di geologi, nel XIX secolo, in primis Charles Lyell e Lord Kelvin, i tempi delle origini si dilatarono in dimensioni poco prima inconcepibili, separando e distanziando enormemente le origini dell’universo, della Terra e della specie umana.
Suscitarono così anche l’esplorazione del tempo profondo, le cui immense dimensioni si rivelarono indispensabili affinché Charles Darwin potesse appunto affermare la sua nuova idea della vita, che chiamò evoluzione: perché questa potesse accadere, c’era infatti bisogno di tempo, tanto più tempo del tempo “chiuso” nei 6.000 anni che fino ad allora anche la comunità scientifica aveva recepito dalle narrazioni tradizionali. Fu riscritta la storia dell’universo, della Terra, della specie umana, in una cronologia dilatata fino ai miliardi di anni. Il posto dell’uomo nella natura si trovò ridimensionato e decentrato, fisicamente e simbolicamente. L’Antropocene è certo un ulteriore capitolo di questa riscrittura. Tuttavia, sembra per certi versi persino contraddirla, ed esigere appunto una riscrittura del tutto nuova, che intrecciando visioni antiche e prospettive inedite affronti ancora una volta il problema del senso dell’esistenza umana, e del suo rapporto con la natura. Erle G.Ellis ha scritto un libro importante e utile, che fa il punto su questa riscrittura. Antropocene. Esiste un futuro per la Terra dell’uomo? E non si può sottacere il fatto che l’edizione italiana del libro nasce da una originale e creativa sinergia fra Slow Food Editore, l’Università di Scienze Gastronomiche di Polleno e l’editore Giunti, con la sapiente curatela di Gianfranco Bologna, instancabile anima del Comitato scientifico di WWF Italia.
Nei miti delle origini, l’uomo era collocato in una posizione centrale, ma le «grandi forze della natura» erano divine. Poi, nella scienza moderna, le «grandi forze della natura» sono diventate processi di natura fisica, chimica, biologica, e l’uomo ha perso la sua centralità, cosicché i processi della natura hanno potuto essere studiati separatamente dallo studio della storia umana. Nella prospettiva dell’Antropocene, l’uomo ritorna in certo senso al centro, e in una condizione strettamente intrecciata alla natura. È una nuova rivoluzione.
I sistemi sociali e umani sono diventati una vera e propria antroposfera, che sta sostenendo attivamente una biosfera antropogenica. Pionieri di questa concezione sono stati grandi scienziati come, fra gli altri, il geochimico Vladimir Vernadskij, l’astrofisico Carl Sagan, il geologo James Lovelock, la microbiologa Lynn Margulis…
Alla base dell’ipotesi dell’Antropocene c’è la concezione della Terra come un unico sistema dinamico complesso, autoregolato, con componenti fisiche, chimiche, biologiche e umane. E c’è la concezione del cambiamento causato dall’uomo come un processo complesso, cioè multidimensionale, che perciò richiede una spiegazione multicausale, in grado di intrecciare cambiamenti sociali, politici ed economici umani con le loro diverse conseguenze ambientali, fisiche, chimiche, geologiche, su scala locale e globale. A causa di questo groviglio, natura e società sono diventati una cosa sola. Con l’Antropocene, la distinzione tra storia umana e storia naturale, insomma, è finita per sempre.
In questa prospettiva, Ellis può affermare così che non è Homo sapiens in senso generico che sta trasformando la Terra, ma che persone e società diverse la trasformano, la potranno trasformare, in modi diversi. E che, dunque, chiamare il nostro tempo Antropocene, senza porci tale questione, distoglie l’attenzione dal vero «colpevole» del cambiamento ambientale antropogenico, nonché dalla necessità di nuove strategie di governance, consapevoli del fatto che i recenti cambiamenti ambientali sono inediti e straordinariamente complessi e consapevoli di dover affrontare le disparità che caratterizzano sia le popolazioni umane sia i cambiamenti ambientali che esse creano. Insomma, l’Antropocene non è solo un’ipotesi scientifica. Ma, come osserva Ellis, è un «periodo di tempo riflessivo» sul significato e sulle implicazioni di una nuova era dell’uomo, un momento in cui l’uomo reinventa il significato di essere umano. È motivo di ispirazione per artisti, architetti e designer. Suscita riflessioni in ambito politico ed etico. Ed è una sfida a concepire programmi educativi nell’orizzonte transdisciplinare di una storia globale, ben al di là delle frammentazioni e provincializzazioni dei programmi attuali, e in grado di collegare «i processi e gli eventi storici a partire dal Big Bang fino ad arrivare al presente, per poi spingersi nel futuro». È una sfida a cambiare il modo in cui conosciamo il mondo, nel tempo in cui cambiamo il mondo come lo conosciamo.
Insomma, conclude Ellis, «l’Antropocene ci dice che gli uomini, nel loro complesso, sono una forza della natura. La sua storia è appena iniziata e sulla strada davanti a noi esistono diversi tipi di Antropocene, alcuni migliori, altri peggiori. C’è ancora tempo per plasmare un futuro in cui la natura umana e quella non umana prosperino insieme per millenni». E già tenere aperto questo futuro è di per sé un atto prometeico.

© RIPRODUZIONE RISERVATA
Antropocene: Esiste un futuro
per la Terra dell’uomo?
Erle G. Ellis
Giunti, Firenze, pagg. 224, € 18
Mauro Ceruti

Terzi incomodi?

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Quando l’economia internazionale viene a spiegare alla cooperazione cosa dovrebbe veramente fare, e ha pure ragione. Raghuram Rajan, che è stato -per dire- anche governatore della Banca Centrale Indiana, è convinto che la risposta alla crisi della comunità, bombardata da crisi politica, economica e tecnologica, sia…. più comunità. Lo racconta nel suo libro “Il terzo pilastro. La comunità dimenticata da stato e mercati” (Università Bocconi Editore, 2019) e in un articolo su Vita che trovate QUI.

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